La peste del 1656

La peste colpì Napoli all’inizio del 1656. L’allarme fu dato tempestivamente dal medico dell’ospedale dell’Annunziata Giuseppe Bozzuto, ma gli amministratori cittadini ed il vicerè credettero opportuno non considerare il pericolo e fecero imprigionare il Bozzuto che morì di peste. Le autorità erano state informate del morbo ed è provato dai documenti bancari che riguardano le spese sostenute dalla città per il ripristino del lazzaretto di Chiuppino (un isolotto presso Nisida) dove venivano ancorate le navi in quarantena. Si pensava che gli appestati potessero essere trasportati in quel luogo lontano dalla città, ma ciò non fu possibile perché gli ammalati ed i morti crebbero di numero giornalmente, tanto che furono ricoverati in ospedali improvvisati o sepolti in grandi fosse comuni lungo le strade (la più vasta fu quella scavata tra le attuali via Cirillo e via Rosaroll (allora fuori città) dove furono sotterrati circa diecimila corpi. Negli anni successivi, però, diversi scheletri furono trovati anche nei pozzi e nelle fogne. Nel mese di maggio 1656 fu pronto il lazzaretto di S. Gennaro dei Poveri alla Sanità e, per la sepoltura furono scelte le grotte degli Sportiglioni, sulle quali, nel 1662, fu costruita la chiesa di Vertecoeli, attualmente incorporata nel cimitero di Poggioreale, nei pressi della cappella di Totò. Per il tempio costruito su disegno dell’architetto Pietro di Marino, dipinsero quadri di notevole importanza Andrea Vaccaro e Luca Giordano.[1]

[1] E. Nappi, Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656: Dai documenti dell’archivio storico del Banco di Napoli. Napoli, Edizione del Banco di Napoli, 1980.

in foto Micco Spadaro-Largo Mercatello durante la peste a Napoli 

Tratto da Meridonarenews.it