La peste Napoli 1656, Covid-19 2020

Nelle ultime settimane, vedendo le colonne di camion dell’Esercito Italiano che trasportavano le salme delle  tantissime persone decedute in Lombardia per l’epidemia di  Coronavirus e le fosse comuni scavate in tutta fretta negli Stati Uniti a New York nella località di Hart Island, mi è tornato alla mente un mio lavoro del 1980 sull’ epidemia di peste che colpì la città di Napoli nel 1656 (Aspetti della società e dell’economia napoletana durante la peste del 1656 ).

Nel gennaio 1656, il medico dell’ospedale dell’Annunziata Giuseppe Bozzuto nel visitare un soldato spagnolo che proveniva dalla Sardegna, si accorse che questi aveva contratto la peste. Diede l’allarme, ma fu zittito e imprigionato per ordine del viceré per aver diffuso false notizie. Il poveretto morì di peste nei mesi successivi.

Li Wenliang, il giovane medico che per primo lanciò inascoltato l’allarme sul coronavirus di Wuhan

Il morbo bel presto si diffuse e per diversi mesi non furono presi provvedimenti, perché la notizia avrebbe allarmato la cittadinanza e ci sarebbero state soprattutto difficoltà economiche. Furono organizzate processioni alle quali presero parte migliaia di persone, aggravando la situazione. Soltanto nell’ultima decade di maggio, l’epidemia fu ufficialmente riconosciuta e venne eletta una Deputazione della Salute, che per il ricovero degli ammalati non utilizzò gli ospedali che a Napoli operavano da secoli: San Giacomo, Incurabili, Sant’Eligio, Annunziata, Trinità dei Pellegrini e neanche le case di cura private della Pace, di Sant’Angelo a Nido e della Pacienza Cesarea. Fu utilizzato l’ospedale di San Gennaro dei Poveri, nel quartiere della Sanità, sotto la collina dei colli Aminei con alle spalle enormi caverne che potevano essere utilizzate per seppellirvi i morti. Prima che fossero utilizzate le grotte del lazzaretto, i morti vennero seppelliti nelle Terre sante delle chiese e, quando esse furono sature, si utilizzarono i pozzi ed enormi buche scavate lungo le strade cittadine, come quella lungo la strada davanti la chiesa di San Carlo fuori le mura (attuale via Foria), nel tratto che va da Porta San Gennaro alla caserma Garibaldi.

Il morbo si presentava con forti emicranie, bolle per il corpo e bubboni all’inguine e sotto le ascelle.

Morirono oltre 200.000 persone e tra loro moltissimi uomini che, avendo perso il lavoro, vennero assunti dal municipio di Napoli per scavare fosse e trasportare gli ammalati al lazzaretto. Nel lazzaretto di San Gennaro persero la vita diversi medici assegnati alla cura degli ammalati tra cui Tomaso Vassallo e 62 frati cappuccini, accorsi tra gli ammalati con spirito di fratellanza dai monasteri di Sant’Eframo Vecchio e Nuovo. I resti di questi antichi eroi riposano nella chiesa di Sant’Eframo Vecchio, nella prima cappella a sinistra entrando in chiesa.

Ben presto le caverne del lazzaretto di San Gennaro e le buche cittadine furono sature ed i morti furono trasportati nelle Grotte degli Sportiglioni (pipistrelli), che divennero il primo nucleo dell’attuale cimitero napoletano situato in via Doganella.

Su queste grotte, divenute il cimitero degli appestati, nel 1662 fu costruita la chiesa di Santa Maria del Pianto, su disegno dell’ingegnere Pietro de Marino. Luca Giordano e Andrea Vaccaro vennero incaricati di realizzare dipinti per la chiesa, tali opere per ragioni di sicurezza furono in seguito trasferite nel Palazzo Reale di Napoli. Gli Eletti della città di Napoli commissionarono a Mattia Preti affreschi su tutte le porte cittadine raffiguranti l’Immacolata Concezione. Di essi resta, in parte, solo quello su Porta San Gennaro. Dietro ogni Porta fu dato incarico a valenti scultori, quali Dionisio Lazzari, Pietro Antonio Valentino, Bartolomeo Mori, di scolpire statue raffiguranti San Gaetano, ancora visibili dietro Porta San Gennaro e Porta Nolana.